Il Leviatano di Thomas Hobbes: una sintesi

 

Thomas Hobbes con il Leviatano scrive uno dei testi più organici dell'assolutismo statalista. Insieme all'altro suo testo, 'Behemoth', il Leviatano riassume efficacemente il pensiero politico di Hobbes. Nel Leviatano si dà credito allo Stato moderno, come Stato assolutista che ponga un freno allo 'stato naturale' del "bellum omnium contra omnes". Mirabile per sobrietà e chiarezza, argomenta in modo stringente, evitando soprattutto le ipotesi spiritualistiche alla base della costituzione di uno Stato, inteso come entità distinta dalla società naturale e dalla stessa società civile. Pur usando il giusnaturalismo per spiegare il momento della formazione dello Stato come ente separato, basato sulla teoria del contratto reciproco tra uomini, Hobbes abbatte poi ogni concezione ottimistica proveniente da questo contratto (presente invece in Althusius, Grozio) proclamando invece l'assoluta indipendenza dello Stato così costituitosi nei confronti dell'individuo singolo e della società civile. Non esistono vie di mezzo: lo Stato, una volta formatosi, non può subire critiche e la sua autorità non può essere messa in discussione, neppure da coloro che lo hanno fondato con il contratto iniziale. Se dovesse accadere si avrebbe una guerra civile con conseguente distruzione dello Stato esistente per andare verso la formazione di un altro Stato, cioè ad un'altra autorità assoluta. Hobbes ha ovviamente presente, quando esprime questi concetti, la rivoluzione inglese del 1640-'60. E proprio il fatto che essa sviluppò moti di sedizione popolari senza poi costituirsi in un nuovo Stato, lo porta a condannare tale rivoluzione come puramente negativa, sovvertitrice solo dell'ordine esistente. La concezione hobbesiana dello Stato è quindi decisamente materialistica. In essa non c'è posto per l'ente religioso, anzi, la religione è vista come "...inesauribile varietà della fantasia...questa paura delle cose invisibili...seme naturale di quello che ognuno chiama a sé, religione...". Dio non può essere conosciuto, qualsiasi tentativo di far risalira alla sua figura il concetto di giusto ed ingiusto è inutile. Giusto ed ingiusto hanno invece, per Hobbes, un significato strettamente legato all'opinione degli uomini. Con questo Hobbes "umanizza" lo Stato che si pone in tal modo lontano da concezioni ed interferenze sia individualistiche sia religiose. Da notare che Hobbes definisce lo Stato come assolutista ed utilitarista, teso ad uno scopo preciso ovvero la repressione della lotta di tutti contro tutti impedendo lo sfascio della società civile e questo avviene anche se esso si materializza in forme diverse dalla monarchia. E' vero che egli ritiene questa forma di governo la migliore ma non fa differenza se vengono scelte le altre due forme di governo, cioè quella democratica (in tal caso è l'Assemblea ad essere sovrana ed insindacabile) e la forma aristocratica. Questi ultimi concetti sono importanti perchè, accanto al materialismo hobbesiano, permettono di recuperare il pensiero di Hobbes in una prospettiva attuale, oltre il suo tempo. Tali recuperi sono stati ad esempio tentati in Italia da alcune correnti ex-operaiste poi confluite nel PCI a metà degli anni '70 del secolo scorso, per giustificare la cosidetta "autonomia del politico" (si pensi alla figura di Mario Tronti). Del resto l'"Autonomia della politica" non a caso anche oggi viene spesso citata, insieme all'aspetto del 'primato della politica', come una delle problematiche più complesse dei nostri tempi.