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Il film Un affare di famiglia Palma d'oro a Cannes 2018

 

"Non abbiamo più bisogno di padri o di madri. Abbiamo solo bisogno di maternage e paternage". Questa frase di David Cooper è tratta da un libro degli anni settanta 'La morte della famiglia'. Psichiatra alternativo come andavano di moda in quegli anni, sintetizza in modo egregio il significato del film del maestro giapponese Kore'eda Hirokazu. Maestro perchè, con i chiari di luna del mondo cinematografico di oggi, il suo modo di raccontare e filmare ha sicuramente un qualcosa in più della media. Ad esempio: il film è volutamente lento ma, a differenza di altri casi cinematografici, lo spettatore non se ne accorge quasi. Infatti il 'ritmo' è dentro alle inquadrature, bilanciate perfettamente tra interni ed esterni, sapiente uso della luce e dei colori oltre che da una minimale sottostante colonna sonora (composta da Haruomi Hosono). Il tutto ha la capacità di ammaliare lo spettatore e interessarlo alla vicenda proprio come la lettura di un romanzo avvincente. La trama è, almeno secondo i canoni della nostra cultura, un pò bizzarra perchè dobbiamo calarci in una realtà dove una famiglia (sic!) povera alquanto, rapisce una bambina per sottrarla ai maltrattamenti anche fisici di una madre più ricca ma meno amorevole. Adottata in tutto e per tutto, alla fine considererà questa la sua nuova famiglia, proprio come l'altro ragazzino maschio che a sua volta era stato adottato in rocambolesche circostanze. I personaggi della famiglia adottiva sono quindi buoni? Per niente, secondo i canoni ufficiali. Anche la nonna ha alla fine qualche scheletro nell'armadio per non dire dei due 'genitori'. Personaggi border line, insomma. Come ce ne sono tanti nei film americani. Però qui il tutto è calato in un'atmosfera di metafora che porta lo spettatore ad accettare un compromesso tra realtà (probabilisticamente famiglie così sono a dir poco rare) e finzione del racconto, sempre necessaria perchè un'opera d'arte non sia semplice documentario. In realtà tutto serve a Kore'eda Hirokazu per portare avanti il suo personale discorso sulla famiglia e sui rapporti interpersonali. Cioè alla fine ci domandiamo se è più famiglia quella cosiddetta naturale o quella che si forma sotto la spinta delle relazioni reciproche al di fuori dei legami biologici. Che è esattamente quello che Cooper dice nel suo libro: maternage e paternage al posto di madri e padri. Però in Kore'eda Hirokazu questa tesi, ed è qui la forza del film, non assume mai i contorni forzati ideologici. Sembra semplicemente una constatazione. E come tutte le cose semplici, hanno la forza ed il limite di apparire ovvie ma spesso difficili da realizzare.

Infine una parentesi sulle scene che si vedono scorrere nel film e che appartengono ovviamente alla società giapponese. Molte di queste scene fanno la felicità di un antropologo culturale. Infatti, accanto a stili di vita e costumi ormai globalizzati (i supermercati giapponesi sono come la Conad sotto casa in ossequio alla teoria dei nonluoghi), altri atteggiamenti dei protagonisti sono curiosi: succhiano maleducatamente dalle ciotole mentre mangiano, dormono per terra e non perchè siano poveri, hanno locali per intrattenimenti a sfondo sessuale piuttosto stravaganti dove il voyeurismo prevale sul fare ecc. A proposito poi del mangiare, i protagonisti stanno sempre a mangiare e a smozzicare qualcosa ed in questo sembrano più simili a noi italiani con una nota però: per la quantità di cibo ingurgitato (anche fritto) dovrebbero essere come minimo in sovrappeso ed invece niente, magri e senza pancetta dalla nonna ai bambini. Una manna per i dietologi di tutti i tipi che vedranno in questo la superiorità del tofu rispetto alle caciotte.

 Il trailer ufficiale: 

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