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La Mostra a Roma sui Macchiaioli al Chiostro del Bramante

 

Il Chiostro del Bramante a Roma ha ospitato fino al 4 settembre 2016 una Mostra sui Macchiaioli con il sottotitolo "Le collezioni svelate". La Mostra è stata curata da Francesca Dini per la Fondazione Bricherasio di Torino e per il Dart Chiostro del Bramante di Roma. Contava circa 100 quadri provenienti da collezioni private che in passato hanno rappresentato un sostanzioso nucleo di dipinti prodotti dal più importante movimento pittorico italiano del XIX secolo. Un movimento che potremmo definire a kilometro zero. Infatti la quasi totalità dei pittori del movimento nonchè le loro opere fanno quasi sempre riferimento all'area toscana. Soprattutto all'inizio, con la sua nascita nel 1856 presso il Caffè Michelangelo a Firenze. Come tutti i movimenti, intendevano innovare rispetto alla cultura pittorica tradizionale di quel momento (romanticismo e neoclassicismo) attingendo alle note veristiche della realtà tramite le macchie di colore (mix di chiaro e scuro) che usavano largamente nei loro quadri. Questo ci fa venire in mente subito un altro movimento che da lì a pochi anni punterà su caratteristiche analoghe: l'Impressionismo, nato però in Francia. Entrambi i movimenti basano la loro pittura sulla predominanza del colore rispetto al disegno e prediligono soggetti paesaggistici pieni di luce e le raffigurazioni di uomini e cose sono colte nel loro ambiente naturale. Le date sono a favore dei Macchiaioli, dato che ufficialmente l'Impressionismo nasce nel 1874 anche se già nei primi anni dopo il 1860 si notano i prodromi di questa corrente pittorica con il famoso quadro di Manet 'Le dejuner sur l'erbe'. In un certo senso le due correnti nascono separatamente per poi avere punti di contatto. Dopo il 1880, ad esempio, è più evidente un certo influsso presso i Macchiaioli dell'Impressionismo francese mentre alcuni pittori macchiaioli avranno un certo seguito sulla scena francese. Ovviamente, da un punto di vista della fama storica, gli Impressionisti hanno sempre avuto la meglio, data l'importanza di nascere nel crogiuolo d'esperienze culturali qual'era la Parigi dell'epoca. Attenzione però a non esagerare con i confronti: tratti in comune sì ma anche differenze importanti. Onore però ai Macchiaioli nell'aver creato, insieme agli Impressionisti, una tendenza pittorica che ci ha regalato mirabili dipinti e che per un contemporaneo sono diventati una sorta di modello su cui misurare i canoni della pittura figurativa moderna. Come spesso accade, sul momento non furono accolti bene dalla critica, tanto che lo stesso termine con cui furono definiti denotava una sorta di spregio per quella che era considerata 'pittura di macchia'. Difficile che oggi però un normale visitatore esca da una mostra sui Macchiaioli senza essere soddisfatto e appagato. La Mostra è strutturata in 9 sezioni ed ognuna è intitolata ai collezionisti che pazientemente raccolsero i dipinti dei Macchiaioli. Si tratta di Cristiano Banti, Diego Martelli, Rinaldo Carnielo, Edoardo Bruno, Gustavo Sforni, Mario Galli, Enrico Checcucci, Camillo Giussani e Mario Borgiotti. Figure di collezionisti e mecenati diverse ma accomunate dalla sicura ammirazione per questa scuola pittorica.  Anche perchè i Macchiaioli, pur non diprezzando di dipingere grandi quadri, hanno spesso dato il meglio in piccoli dipinti. Piccoli olii su tela, tavola o cartone che, a dispetto della loro superficie, emergono invece con una definizione ed una luce tutta loro. Tutti i quadri sono accattivanti, quieti e rigorosi nel perfezionsimo dell'inquadratura. Il visitatore dovrà solo scegliere, magari per un piccolo particolare, quello che preferisce e che gli dona una sensazione in più ma la media della qualità dei dipinti è veramente incredibile.

La breve descrizione di alcuni quadri qui di seguito, sarà quindi basata sulle sale dedicate ai collezionisti e su quelli che più mi hanno colpito.

All'entrata (galleria Banti), si notava il prato presente nel dipinto di Silvestro Lega 'I promessi sposi': è dipinto nel 1870 ma ci sono tracce di tecniche compositive tipiche poi degli impressionisti. A destra un quadro rettangolare, molto più lungo che alto, tipico di molti dipinti dei Macchiaioli. Si tratta di un Vincenzo Cabianca intitolato Le Monachine del 1861-62. Inquadratura perfetta con al centro un gruppo di monache inginocchiate verso un esile croce centrale. Poi un Giuseppe Abbati del 1862, Stradina al sole. Un verismo pittorico ben rappresentato dal cespuglio sul muro che viene in prospettiva verso il nostro occhio, bilanciato dalla corrispettiva ombra a destra. 

Nella sezione Martelli potevamo trovare un chiaro esempio di confronto tra  Macchiaioli e Impressionisti con il dipinto di Alphonse Maureau, La Senna (1876). Con le sale dedicate alla collezione Cornielo entriamo in un turbinio di tele che esprimono perfettamente lo stile dei Macchiaioli. Due quadri di Lega a sinistra: Visita in Villa del 1864 e All'ombra della Villa del 1872. Quasi dieci anni di differenza ma lo stile è identico, nonchè la scelta del soggetto che è rigorosamente minimalista: una scena campestre di normalità e consuetudine che ben rispecchia il rifiuto di soggetti impegnati, simbolici o quant'altro. Il verismo dell'immagine, ottenuto con il colore, esplode poi nel quadro di Giovanni Abbati, L'ora del riposo, dove il carretto sembra essere in rilievo tanto è reale. Anche Tamerici a Castiglioncello, sempre dell'Abbati, è notevole per non dire la Casa sul Botro con il particolare del casolare rilesso nello stagno. A destra, un piccolo quadro di Giovanni Fattori: Cavalleggeri in vedetta del 1878. Un assaggio della pittura di questo macchiaiolo con la predilezione per i cavalli e le uniformi e, soprattutto, per il bianco come colore. In questi quadri si nota un particolare di molti dipinti dei Macchiaioli: la linea dell'orizzonte è spesso tenuta verso l'alto del quadro. Cioè il paesaggio è ripreso verso il basso, con una porzione di cielo minima e non preponderante. Non sempre ma molte volte è così. La successiva sala di Eduardo Bruno ci regalava un altro Abbati: Dalla cantina di Diego Martelli del 1867. Apoteosi del soggetto povero: si tratta di uno scorcio dall'interno verso l'esterno, tutto giocato sul contrasto tra lo scuro dell'interno e la luce forte dell'esterno. L'inquadratura si potrebbe definire tranquillamente fotografica. In questa sala i quadri di un altro grande macchiaiolo, Telemaco Signorini con Limite sull'Arno del 1890 e soprattutto Ulivi a Settignano, che non ha bisogno di commenti. Poi una tela del Fattori molto interessante: si tratta dell'Appello dopo la carica (1895). Una scena mossa da un lato e ferma dall'altro, dove i cavalli, uno dei soggetti preferiti dal pittore, sono rappresentati con una naturalezza sopraffina. Più avanti attenzione ad un quadro che non può non colpire, anche per le sue dimensioni: Niccolò Cannicci con le sue Gramignaie del 1896. E' un macchiaiolo di seconda generazione, ciò vuol dire che quell'incrocio con la corrente impressionista francese è avvenuto ed è evidente nella tecnica compositiva e nei colori. Proseguendo, il visitatore inevitabilmente sarà attratto da un quadro posto all'angolo e che rappresenta una delle meraviglie di questa mostra. Si tratta del dipinto di Odoardo Borrani 'Le cucitrici di camicie rosse' del 1863. Stupendo e perfetto. Un interno raccolto, una scena di vita quotidiana ma con riferimenti a cose più vaste (le camicie rosse sono quelle dei garibaldini per la spedizione sul'Aspromonte del 1862). Il tutto inserito in una stanza illuminata da una luce soffusa eppure forte filtrata da una tenda magnificamente dipinta. Grande maestria.

A seguire la collezione di Mario Galli con due dipinti di Fattori, Tamerici e Pineta a Tombolo. Poi in una saletta un Vito D'Ancona, Signora in conversazione del 1867 con una figura femminile in una posa graziosamente in torsione e raffigurata usando prevalentemente il nero ed il rosso. Notevole anche Cabianca con la sua Filatrice del 1861 in cui spiccano il gioco dei tagli di luce. Per la serie piccole superfici ma grandi dipinti due tele ad olio di Borrani: Campagna a Castiglioncello e Veduta della punta.

Seguiva la collezione Sforni dove spiccava un bellissimo acquerello di Giovanni Fattori, Buoi al pascolo. Un quadro di una dimensione insolita per una tecnica come l'acquerello che dimostra la grossa padronanza dei mezzi tecnici del Fattori. Sempre del Fattori un altro quadro con uno dei soggetti a lui più caro, quello dei militari. Il quadro si intitola Le vedette ed è del 1863. Nelle sale successive un quadro di Oscar Ghiglia del 1917 e definibile post-macchiaiolo. Sala successiva: dicevamo della tendenza a fare quadri piccoli. Ebbene, eccone un esempio lampante nel minuscolo dipinto del Fattori, Arno alle Cascine. Un vero trionfo del piccolo ma bello. Nella collezione Checcucci, un altro quadro la cui dimensione è orizzontale; si tratta di Pastura in montagna di Raffaele Sernesi del 1861. Uno sfortunato pittore, morto precocemente nella terza guerra d'indipendenza. Anche qui sembra di essere di fronte ad una fotografia. Impeccabile la costruzione del tutto con la figura umana quasi centrale e la mandria al pascolo che sembra muoversi da destra verso sinistra. Segue la collezione Giussani con un altro Odoardo Borrani di qualità, L'analfabeta del 1869. Una scena d'interno ed intima capace di raccontaree in una posa statica una storia. Giustamente, l'audioguida commentando la tela fa riferimento ai quadri dei fiamminghi ed in particolare al grande Vermeer. Ma torniamo ai richiami con gli Impressionisti. Nella sala successiva un Giuseppe De Nittis, Campo di neve del 1880. Questo pittore è l'esempio più evidente del legame di cui si parlava tra Macchiaioli e Impressionisti, dato che avvicinatosi prima ai Macchiaioli e poi trasferitosi a Parigi, divenne di fatto un pittore impressionista. A seguire un delizioso Niccolò Cannicci, Bambina con i tacchini del 1885-1890 e poi un altro richiamo alla contaminazione con gli stilemi impressionisti con Federico Zandomeneghi con il quadro Giubbotto rosso del 1885. 

A questo punto, girando per la Mostra, ci si imbatteva su dei suoni provenienti da una sala intitolata Macchiamorfosi e che faceva da intermezzo durante la visita. Trattavasi di strutture anamorfiche tridimensionali contemporanee (2016) che prendevano spunto da alcuni quadri esposti. Un diversivo divertente e che aiutava a prendere confidenza con una tecnica tutt'altro che contemporanea e usata non di rado nella storia della pittura a partire dal Rinascimento.

L'ultima collezione presente era quella Borgiotti con un quadro questa volta di dimensioni notevoli e che dà lustro alla Mostra. Sulla parete la tela di Telemaco Signorini, Ponte Vecchio a Firenze del 1878. Mirabile composizione di una scena in movimento, con una prospettiva che dà l'illusione di essere uno dei passanti, in una sorta di soggettiva cinematografica. Ammirevole il contrasto tra la luce nelle zone alte dei palazzi  e l'ombra del ponte. Non solo, nel quadro è presente anche una potente annotazione sociologica sulla Firenze di quei tempi, rappresentata dalla bambina popolana al centro con i suoi poveri vestiti a confronto con quelli eleganti e raffinati della bambina che le passa accanto.

Infine, per avere un'idea dei quadri esposti e qui descritti, uno slideshow:

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