Recensione del film La nostra vita di Luchetti con Elio Germano

 

Un film asciutto questo La nostra vita. Luchetti gira con una mano che mostra una certa identità. Nel senso che i suoi film si riconoscono (dal "Portaborse" a "Mio fratello è figlio unico"). Un mix tra film quasi verità e storie individuali che hanno comunque il pregio di mostrare vari aspetti della Bella Italia. Sembra quasi che il regista s'ispiri a intenti sociologici con l'ambizione di descrivere storie particolari ma che travalicano nel mostrare vizi e difetti dell'Italia più o meno moderna e contemporanea. Palma d'oro a Cannes per la recitazione, Elio Germano è effettivamente bravo, basti pensare alla sequenza della canzone cantata in Chiesa ai funerali della moglie.

Nel caso particolare, cade nel mirino di Luchetti il mondo dell'edilizia, con i suoi subappalti, le sue regole, anzi non-regole come molte cose in Italia. Significativo il dialogo tra il protagonista ed un inedito Zingaretti sulla sedia a rotelle che fa la parte di uno spacciatore. In un dialogo dei due diviene surreale il fatto che entrambi sottostanno alle stesse regole fatte di omertà, evasione e pratiche fuori dalla legalità. Il regista ci dice praticamente che tra i due mondi, edilizia e spaccio, in fondo non esistono grandi differenze. Non c'è appello in questo, il film parla chiaro: in Italia dentro troppi settori della vita cosiddetta legale esiste invece un'illegalità talmente diffusa che i confini tra delinquenza in doppio petto e l'altra non sono poi così netti. Il fatto più grave però non è questo. E' che tali settori creano ricchezza, fanno reddito come si dice. Un reddito che sfugge spesso alle statistiche ma che è lì, tangibile quando giriamo per le strade delle nostre città. Perchè questi redditi diventano poi consumi e l'imperativo non è più quello cartesiano 'cogito ergo sum' ma 'consumo ergo sum'. Il film alla fine abbraccia in pieno questa tesi e vira decisamente verso l'aspetto etico-morale del fatto che “non esistono solo i soldi”. Il famoso: “i soldi non sono tutto nella vita”. A questo punto però il film mostra qualche stonatura. Intanto questa tesi è portata avanti da alcuni personaggi che non sono italiani, romeni per la precisione e questo suona un po' troppo politically correct. Poi riguardo ai soldi potremmo far valere la frase famosa del potere che logora solo chi non ce l'ha trasformandola in “i soldi logorano solo quelli che non ce l'hanno”. Infine il richiamo alla famiglia come bene rifugio, sa un po' troppo di buoni sentimenti. Il familismo, carattere fondamentale del popolo italiano, è qui visto solo nel suo lato positivo. Magari, comunque, avere una famiglia disposta al sacrificio come quella del film!

Insomma, la parte moralistica della storia diviene, a mio avviso, troppo invadente alla fine. Un pizzico di cattiveria in più avrebbe reso il tutto molto più cupo ma reale e anche il film ne avrebbe guadagnato in spessore. Inoltre, l'invadenza dell'happy end ha probabilmente confuso pure Elio Germano a Cannes facendogli dire che gli Italiani fanno di tutto per rendere il Paese migliore, nonostante la loro classe dirigente. Veramente il film, di cui lui è magistrale protagonista, dimostra proprio il contrario, almeno nella parte più viva e efficace della pellicola, quella dei cantieri per intenderci. Qualcuno potrebbe obiettare che gli italiani sono altri rispetto alle situazioni date dal film. Purtroppo non è vero. Quei settori e altri (l'ingrosso dell'ortofrutta, parecchi settori del terziario e del primario, la corruzione diffusa nel pubblico, l'evasione fiscale generalizzata e massiccia e chi ne ha più ne metta) alla fine non rappresenteranno l'Italia intera ma una buona fetta si, ahi noi! Ed il peggio deve ancora venire, se è vero come dice l'OCSE che l'Italia (insieme agli USA) è un esempio perfetto in questi decenni di paese con “crescita senza sviluppo”.

 

Il trailer: