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Paul Auster l'invenzione della solitudine

Auster, scrittore americano, ha scritto romanzi che hanno colpito l'opinione pubblica qualche anno fa. Oggi, siccome le mode passano in fretta, è già un pò dimenticato. Questo romanzo intitolato l'invenzione della solitudine (Einaudi, 1997) mi ha colpito per una frase:
"La storia inventata consiste totalmente di significati, mentre la storia reale è scevra di ogni significato oltre se stessa..."

Importante affermazione. Si sta parlando, per storia inventata, delle storie letterarie, dei romanzi, racconti, ecc. ma penso che possa essere estesa all'arte in genere. Cioè, qui si vuol dire che mentre di fronte ad un evento artistico cerchiamo di interpretare e siamo disposti a riempire di significati quello che percepiamo, fino ad emozionarci e ad essere coinvolti con l'esperienza dell'artista, la stessa cosa non si verifica (in genere) con un evento altrettanto coinvolgente della realtà quotidiana.

Auster fa, per farsi capire, l'esempio del Don Chisciotte: ci deliziamo dell'avventure pazze descritte dal Cervantes, ma se vediamo un tipo strambo per strada "non ci trasmette nulla". In effetti è come se l'uomo vivesse o sia disposto a vivere due piani di realtà: una inventata in cui accetta un totale coinvolgimento, un'altra, reale, dove è molto più restio a cogliere nessi, a capire, a giustificare, ecc. Ecco perché spesse volte si assiste a gente che si commuove di fronte ad una rappresentazione artistica di certi fatti e magari altri fatti simili nella vita di tutti i giorni non gli fanno né caldo né freddo, anzi...

Il problema è però: perché accade questo? Una possibile risposta potrebbe essere che l'uomo, essendo un animale sociale, ha introiettati dei meccanismi di difesa e rigetto verso un eccessivo coinvolgimento verso il prossimo. Non è un controsenso: la vita sociale e collettiva deve comportare comunque limiti verso un eccesso di partecipazione, altrimenti si rischierebbe di confondersi in una marea di situazioni partecipative che, invece di portare alla coesione, porterebbero ad una ridondanza di stimoli, fino ad una paralisi. Ad esempio: possiamo sentirci coinvolti di fronte ad un povero per strada ma se ne incontriamo tanti, alla fine, per l'ultimo che incontriamo, c'è il rischio dell'indifferenza.

Se questa necessaria barriera contro l'eccessivo coinvolgimento fosse vera, l'arte assumerebbe una parvenza di simulacro della cattiva coscienza individuale; nel sentirsi partecipi ad una storia inventata, noi sopperiamo all'indifferenza della realtà. Allora, l'arte potrebbe avere un duplice senso: da una parte educare alla partecipazione emotiva anche verso i fatti reali ma anche essere una scappatoia, una valvola di sfogo. Ambiguità dell'arte, allora.

Forse è per questo che nel pensiero orientale, in genere l'arte non ha quel posto così centrale, come nella cultura occidentale, per il raggiungimento del vero. A tale proposito nel volume Arte e società di Cirici (edizioni Dedalo, 1976) a pag. 189 c'è questa considerazione che calza qui a pennello: "Vi è più verità in una menzogna conseguente, suscettibile di creare coerenze ben collegate tra i dati della coscienza. Per questo la menzogna di un oggetto inventato dall'arte, come un soggetto di un film, è più vera della verità dell'esperienza non artistica…" Si noti che qui s'introduce l'aspetto paradossale che l'attenta partecipazione ai significati di una realtà artistica derivi dal fatto che tale realtà ha una coerenza maggiore della realtà vissuta. I tasselli starebbero tutti al loro posto, insomma.

Una storia inventata, per quanto incredibile e assurda, avrebbe comunque dalla sua relazioni coerenti che renderebbero tali realtà abbordabili con un interesse simile a quello di uno scienziato rispetto ad un esperimento di laboratorio. Un'altra considerazione: ma è proprio vero che la realtà non ha un significato oltre se stessa? Questa è una tipica impostazione dell'oriente: un fatto è un fatto. Punto.

Tuttavia, in occidente, da qualche secolo, la realtà assume il significato delle relazioni tra eventi stabiliti e studiati dalla scienza e dalla tecnica. Oggi, generalmente, il significato della realtà e la sua interpretazione è stabilita attraverso i paradigmi della conoscenza scientifica (comprese le scienze cosiddette sociali, basti pensare all'economia). E' anche vero che si potrebbe mediare tra le due posizioni sempre attraverso il pensiero orientale che, si ricorda, considera possibile l'ordine nelle cose ma non il senso.

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