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Un libro di Luigi Barzini jr: gli Italiani (The Italians)

 

Stampato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1964 in lingua inglese (titolo: The Italians), ad uso e consumo soprattutto del lettore americano o comunque straniero, questo libro di Luigi Barzini jr. è rimasto sempre alquanto sconosciuto al grande pubblico italiano. Male. Perchè la sua lettura porterebbe a ragionare sul nostro paese con un diverso spirito. Guardando a ciò che accade nel "Bel Paese" con la consapevolezza che esista un filo rosso, attraverso i secoli, denotante un comportamento più o meno comune che caratterizza gli Italiani. In più facendo definitivamente tramontare il mito degli "italiani brava gente" un pò duro a morire.

E' noto che la questione del "carattere nazionale", come caratteristica che contraddistingue i popoli, ha subito un pesante ridimensionamento da parte degli storici. Tuttavia, al di là di alcune forzature, leggendo le pagine del libro, la sensazione è che molto spesso i condizionamenti comportamentali, substrato collettivo all'agire nel campo sociale e politico, siano poi in grado di spiegare molte cose della vita di una nazione, anche dal punto di vista degli eventi storici. Il fatto è che forse l'Italia è un coacervo di localismi ma che la vera unità si ritrovi proprio nei tratti comuni alla "gens italica".

Diciamo subito che il saggio di Barzini ha un taglio prettamente giornalistico e non strettamente disciplinare. E'  quindi ascrivibile nel novero dei libri scritti dai grandi giornalisti che s'interessano ai fatti legati alla storia, magari con la "S" maiuscola. Come tale, è ovviamente soggetto ad una vulnerabilità dal lato prettamente rigoroso dell'analisi storica. Ciò non toglie che il professionismo dell'autore, unito alla sua cultura, faccia delle sue ipotesi un campo di discussione serio e articolato. Barzini si è documentato a lungo e parecchio, la stesura del libro ha richiesto anni di lavoro, non come oggi che vengono sfornati in pochi mesi saggi a tutto spiano. L'architettura dell'opera non segue un vero e proprio impianto logico, se non quello di inquadrare il carattere degli "italiani" attraverso la ricostruzione biografica di alcuni personaggi storici eccellenti protagonisti della Storia d'Italia in varie epoche. Cagliostro, Cola di Rienzo, Mussolini e Guicciardini sono i personaggi scelti per questo quadro. Accanto, felici intuizioni nell'usare alcuni concetti interpretativi del carattere nazionale: l'importanza dello spettacolo, il potere della famiglia, il problema del Mezzogiorno, la Mafia, ecc. Di tutto questo, quello che mi ha colpito particolarmente, come spunto interpretativo per una generale visione dell'insieme sono due capitoli: uno dedicato ad un fatto storico preciso, ovvero la battaglia di Fornovo del 1495, l'altro dedicato ad un fatto culturale-artistico ma foriero di molte implicazioni, ovvero la nascita del  Barocco (come stile) e la sua perenne integrazione nel modo di vita italico fino ai nostri giorni.

Il primo fatto evidenzierà l'incapacità cronica degli Italiani di saper costruire un'identità nazionale, basata sulla forza militare e politica. Le conseguenze, in un Europa che andava al contrario, saranno pesantissime e portatrici di conseguenze secolari. Dopo la sconfitta di Fornovo, la penisola sarà terra di conquista e di scorribande di molti regnanti degli altri Paesi che sfrutteranno sempre a loro favore le disparità e le divisioni localistiche presenti nel nostro Paese.

Il secondo fatto è, in un certo senso, ancora più interessante. La tesi di Barzini è che il Barocco sia stato un fenomeno non nato in Italia ma certamente interpretato nella maniera più eclatante proprio da noi e che sia rimasto quasi uno "stile di vita" degli Italiani, accompagnandoli fino ad oggi nei loro comportamenti.

Barzini afferma categorico: "... si scoprirà allora che gran parte della realtà italiana è ancora, generalmente, malgrado tutto, una realtà barocca."  Che significa? E' ormai noto che il Barocco, lungi dall'essere un fenomeno lontano, presenta molti punti di contatto con le realtà della nostra società moderna. Il criterio che lega le due società, lontane quattro secoli, è quello dello "spettacolo" come manifestazione primaria del vivere collettivo. La sola cosa che importasse. Per di più lo spettacolo doveva accentuare il "conformismo", cioè l'accettazione della netta separazione tra chi deteneva il potere e il resto della popolazione, inserito in gerarchie precise e piramidali ma in un modo più sottile e socialmente avvolgente rispetto alla società feudale. Nel Barocco "... tutto veniva fatto non soltanto per il valore in sè, ma principalmente per l'effetto che avrebbe prodotto". Lo spettacolo come "surrogato della realtà", dove "forma e sostanza fossero la stessa cosa...". Si svilupparono capacità di sopravvivenza come il detto "parlare come i molti e pensare come i pochi", proprio per evidenziare come era meglio stare alla larga dalle diatribe politiche. Come disse un poeta del Barocco: "la nostra è un'epoca di apparenze, e si va in giro in maschera tutto l'anno". Come si può vedere, questi caratteri hanno forse definitivamente plasmato il popolo italiano oltre l'influsso strettamente storico che il Barocco esercitò come periodo a sè stante. Non a caso,  appena 40 anni fa Guy Debord individuava profeticamente nella società dello spettacolo il futuro del capitalismo mondiale e considerava l'Italia del 1970 terreno di prova prediletto di questa tendenza...

Certo che a leggere il libro di Barzini non si sta allegri. Si ha la netta sensazione che molti dei mali odierni siano in realtà secolari e che mai hanno trovato una soluzione. Dante, il nostro sommo poeta, tutti lo citano come il cantore dell'Inferno e del Paradiso ma pochi ricordano la sua perfetta e stilizzata invettiva: "Ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello". C'è da aggiungere qualcosa? Credo di no.

Termino citando alcune frasi significative tratte da questo bel libro, la cui lettura è vivamente consigliata (da Nord a Sud senza distinzioni):

A proposito del fascino discreto dello stile di vita "italiano" all'estero: "... forse i nostri vizi hanno finito col diventare vantaggi desiderabili nel mondo moderno, qualità essenziali per sopravvivere? Siamo mutati noi o è mutato il resto del mondo?"

Ed ancora come vedevano gli stranieri il popolo italiano, che idea se ne facevano nei secoli in cui l'hanno assiduamente visitata?: "...v'era, ad esempio, l'amaro piacere di compatire e disprezzare gli italiani. Erano oprressi da tirannie corrotte, inette e rapaci. Eppure non si poteva fare a meno di pensare che le meritassero...". Più prosaicamente: "... erano sudici. Tutto era sudicio, i loro vestiti, le case, le strade. Facevano un chiasso incredibile, Erano subdoli, insinceri. Erano imprevedibili, anarchici. Le loro sventure sembravano essere la logica conseguenza dell'assenza di virtù e l'assenza di virtù, a sua volta, sembrava essere la conseguenza inevitabile delle loro sventure...".

Eppure questo popolo ha ammaliato per secoli i visitatori. Perchè? Ad esempio perchè gli "snob" amano l'Italia come un paese miglior rifugio del nuovo ricco, mentre i "non snob" amano l'indifferenza atavica italica ai simboli del rango sociale. Buona cucina. Perchè I cibi sono generalmente cucinati in modo semplice e consumati freschi.

Poi le rovine storiche e i paesaggi spettacolari. Ma, alla fine, quello che attrae lo straniero è quel non so che di modo di vita, una certa qualità della vita italiana.

Si pensi alla parola "garbo". Fare le cose con "garbo". Pochi sanno che questa è una delle poche parole che non possono essere facilmente tradotte esattamente in altre lingue. Il "... garbo mantiene ogni cosa entro i limiti della credibilità e del buon gusto".

L'italiano insegna allo straniero che "... non è necessario accettare sempre la realtà quale si presenta, anche quando è brutta e sordida, che ci si può illudere ed illudere gli altri almeno per qualche tempo, o fingere di illudersi, che è possibile comporre avvenimenti senza senso in vasti disegni intelligenti...".  Cioè a dire vedere la vita più come commedia che come una tragedia, non a caso il successo della cosidetta "commedia all'italiana" nel nostro cinema. Quindi da parte dell'italiano "... si ricorre a finzioni trasparenti... nessuno confessa mai di esser un uomo medio e tutti si convincono... di essere dei figli prediletti degli dei" 

Tanto che "... il sospetto che quanto ci circonda in Italia possa talvolta essere una messa in scena è preoccupante". L'italiano ha  "...una fiducia riposta nei simboli e nelle rappresentazioni...." tanto che "... è una delle ragioni per le quali gli italiani hanno sempre primeggiato in tutte le attività nelle quali la forma è predominante...".

Ed il famoso localismo italico? Qui Barzini appare profetico: "... quando il paese venisse frazionato in piccole regioni autonome, come dispone la Costituzione, ogni piccola regione autonoma avrà allora anch'essa il proprio piccolo governo e approverà le proprie complicate leggi: ciascuna avrà probabilmente il diritto di moltiplicare i prestiti, di accumulare i debiti, di organizzare i propri uffici e di emanare i propri regolamenti.... il numero dei burocrati e le code aumenteranno proporzionalmente". Aggiungo io: con buona pace dei Leghisti.

Poi Barzini accenna ad un fatto concreto non opinabile, da pochi considerato quando si parla d'Italia e d'italiani e che invece spiega molto del carattere personalistico, teso ad affermare il proprio tornaconto. Ovvero che gli italiani sono ".... incredibilmente numerosi... da ciò consegue che lo spazio vitale è assai limitato. L'Italia è stata paragonata spesso ad un piatto di minestra circondato da troppo cucchiai. Non ci si può stupire se le maniere dei commensali siano pessime... e l'italiano deve sapere che può contare solo su stesso..."

Ancora: "... il termine che esprime tutto ciò è sistemazione... una sistemazione di qualsiasi genere costituisce il sogno di quasi tutti gli italiani... un'ossessione nazionale per la sistemazione". Ne consegue la tendenza all'opportunismo. In realtà "... molti italiani non sono tecnicamente degli opportunisti... si comportano così soprattutto perche sono scettici". Sanno che in Italia "... i conflitti non vengono decisi in base alla legge, a considerazioni astratte di giustizia, o al merito delle rispettive parti, ma nella maggioranza dei casi, in base ad un puro confronto di potere... l'intera nazione è un solo vasto campo di battaglia". Dove conta "... scegliere i compagni adatti... scegliere il protettore adatto". Logica conseguenza è che "... la pressione insopportabile della libera concorrenza... i cui unici meriti sono quelli di superare esami, far bene il lavoro e di conoscere il mestiere, infastidisce la maggior parte degli italiani... ".

Sull'annoso dibattito Nord-Sud. Barzini taglia corto dicendo che gli scopi sono identici, il carattere è quello: dalle Alpi al Canale di Sicilia. Cambiano però i modi per ottenerli. Al Nord si punta alla "ricchezza" come molla per accedere a questi scopi. Al Sud quello che conta è il potere "personale" non necessariamente collegato alla ricchezza. Cioè il meridionale "... desidera esser ubbidito, ammirato, rispettato, temuto ed invidiato e.... a  tale scopo l'apparenza della ricchezza è utile quanto la ricchezza stessa..." . Insomma "... l'Italia ufficiale, nel corso di cento anni, è riuscita soltanto ad unificare i nomi, le etichette e i titoli, ma non la realtà". Barzini fa piazza pulita della storia del Sud rovinato dopo l'Unità dal Nord. La ragione decisiva dell'arretratezza meridionale è stata che "... la rivoluzione industriale non era congeniale agli abitanti del Mezzogiorno. Istintivamente essi sentivano che i vantaggi non valevano il sacrificio...". Opinabile, direte, ma con una punta di verità, a mio avviso.

E sull'argomento Mafia? Per Barzini esistono due "mafie". Una con la "M" maiuscola, organizzata in modo illegale. Ma la mafia con la "m" minuscola è "... uno stato d'animo, una filosofia della vita, una concezione della società, un codice morale, una particolare suscettibilità predominnati tra i siciliani..." Non ci va certo leggero, l'autore, alla faccia del "politically correct".

Uno dei pregi del libro è quello di dimostrare che, nonostante il cambio di regimi politici, grandi avvenimenti storici, ecc. il carattere degli italiani sia di poco cambiato. E' così? In effetti, leggendo il libro si ha questa sensazione. La cosa più inquietante, però, è che i cambiamenti individuabili in questi atteggiamenti comuni e costanti da quando l'autore ha scritto il libro sono, a mio parere, peggiorativi. Esempi?

Il familismo. L'autore individua in questo attaccamento alla famiglia l'origine di molti mali italiani ma anche l'unica seria concezione etica che sorregga l'italiano nella sua vita e a cui creda Tanto che l'autore si sbilanciava all'epoca a dire che il divorzio mai sarebbe stato accettato dagli italiani come normale soluzione alle controversie familiari. Qui si è sbagliato di grosso. Il problema è che, date le premesse, l'unico elemento etico degli italiani,  una volta decaduto o almeno ridimensionato, non pare oggi trovare nessun altro degno sostituto e con il risultato di degradare ancor di più il livello etico degli italiani.

Commistione affari e politica. Barzini sottolinea che "... .. i meridionali tendono di regola ad arricchire per governare, i settentrionali a governare per arricchire". Questo spiegherebbe perchè "Tangentopoli" ha visto Milano come origine di tutto. Però oggi è diverso: tutta l'intera nazione sembra aver adottato il punto di vista settentrionale!

Il problema della "manutenzione". Barzini sosteneva che al Sud l'importante è avere un qualcosa da esibire, in termini di opere pubbliche, aziende, ecc. Ciò che conta è averle, non mantenerle. La noncuranza per la manutenzione è evidente. Questo perchè lo scopo di queste opere è quello del "prestigio" e dello "spettacolo". Una volta fatte (o anche solo iniziate) il tutto non suscita più interesse. Anche qui mi sembra evidente che Nord e Sud oggi si siano unificati in una terrificante tendenza al fare tanto per fare, poi che vada tutto alla malora!

C'è infine un capitolo nella storia italiana che Barzini non poteva assolutamente prevedere e che segna di molto la differenza tra le pagine da lui scritte e la realtà odierna: il capitolo dell'immigrazione massiccia. E' un capitolo che non ha precedenti in un paese che ai tempi di Barzini emigrava e non subiva certo immigrazione. Quanti di questi comportamenti visti dal Barzini si stanno modificando o no a causa di questo processo? Questo è un importante dilemma d'attualità.

Infine segnalo un altro interessante articolo sul Web dedicato a Barzini ed al suo libro.

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