Clicca per il Menu:

Valanghe e rischio in montagna

Spesso accadono incidenti in montagna in cui è alto il debito di vite umane. D'inverno, specialmente, si parla delle valanghe, delle slavine e i media si buttano a capofitto su queste tragedie. Non sempre a proposito. Per ristabilire l'equilibrio e dire qualcosa di sensato ho creduto oppurtuno riferirmi ad un recente articolo pubblicato sulla rivista del CAI (Club Alpino Italiano) che ho trovato molto utile e "scientifico" nell'approccio. Autori Anselmo Cagnati (ARPAV DRST) e Igor Chiambretti (AINEVA). Sebbene l'analisi sia riferita alla questione valanghe, secondo me può benissimo essere estesa all'alpinismo e in genere a tutte le attività all'aria aperta che comportano pericoli. Ne tento una sintesi.

Gli autori pongono al centro dei problemi connessi con la sicurezza ed il rischio in montagna la dinamica decisionale ed i fattori che la influenzano. Il rischio è definito come la probabilità che l'esposizione ad un pericolo causi danni, feriti o morti.
Dietro questo rischio agiscono fattori come:

  • la percezione del rischio (altamente soggettiva);
  • la valutazione del rischio (influenzata da numerose variabili);
  • propensione al rischio (dipende dalla soggettività e da fattori culturali);
  • volontarietà nell'esposizione al rischio (altamente soggettiva anch'essa).


Si sottolinea come una bassa percezione del rischio, eccessiva familiarità con un pericolo e scarso autocontrollo tendono a far sottostimare le conseguenze dei comportamenti. Inoltre, la proliferazione di modelli mediatici (film, documentari, ecc.) in cui si propongono attività estreme ha creato un innalzamento della tolleranza al rischio con un aumento della fiducia nelle tecnologie e delle capacità di molti praticanti. Pertanto il soggetto tende  a sostituire i dati della realtà (spesso stressanti) con quelli di un'altra realtà precostituita e addomesticata per ridurre il proprio stato d'apprensione, incorrendo in quello che gli autori definiscono omeostasi del rischio, ovvero uno stato in cui un certo livello di rischio viene percepito come gratificante. Nell'ottica individuale l'omeostasi del rischio parte dall'analisi vantaggi/svantaggi. Nel caso specifico delle attività all'aria aperta soggette a rischio, il processo decisionale è finalizzato ad ottenere la massima soddisfazione minimizzando l'esposizione al pericolo. Tuttavia si assiste ad un innalzamento dei vantaggi (grado di soddisfazione) all'aumento del pericolo insito. Questa cosa  caratterizza certe attività dalle altre normali quotidiane dove un utente non ricava grandi benefici innalzando l'esposizione al rischio1.  Per cui il processo decisionale nelle attività rischiose si colloca in una zona di transizione ad alto contenuto d'incertezza.
Contrariamente al senso comune la decisione durante un'attività rischiosa non è costituita da eventi discreti, ovvero momenti isolati valutati uno per uno ma con un processo dinamico controllato da elementi fisico-ambientali e umani altamente variabili nel tempo e nello spazio.  Potrebbe essre applicata qui una famosa legge di Murphy che dice: "... se qualcosa va storto lo farà sicuramente nel momento peggiore..."
Il processo decisionale è dato da vari input:

  • fattore umano (il più difficile da analizzare ma quello preponderante nel percorso decisionale);
  • l'addestramento (tecniche possedute);
  • l'esperienza (che non necessariamente coincide solo con la quantità di tempo trascorso a esercitare una determinata attività, non solo il quanto ma anche il come).


La pratica comune del processo decisionale ricorre al metodo delle trappole euristiche, in cui le decisioni su eventi incerti sono affidate a scorciatoie logiche basate sull'esperienza o semplici regole per evitare un'analisi su masse troppo grandi d'informazioni per decidere rapidamente. Il metodo è preconscio, governato da attitudini, percezioni talora errate e desideri, per cui la decisione è di norma funzione di due criteri: la soluzione che ha già funzionato in passato e quella con la quale abbiamo più familiarità.

Generalmente, più la situazione è complessa e ambigua, più la decisione è intuitiva e soggettiva, mediata da protocolli d'azione trasmessi dal nostro modello culturale, spesso basata su luoghi comuni che diventano fonte di rischio e ostacolo per una corretta valutazione del problema. Tali trappole sono pure indipendenti dal grado d'addestramento/conoscenza dei soggetti e individui solitari o gruppi tra 6 e 10 persone sono le categorie più esposte. Seguire trappole euristiche conduce a:

  • sottoutilizzazione delle informazioni e incapacità a valutare le probabilità (es.: "vuoi che capiti proprio a me?");
  • eccessiva attenzione ai segnali emozionali/affettivi;
  • distorsione da stress, disagio mentale e fisico dovuti a fatica, costrizione temporale;
  • eccessiva fiducia sulle convenzioni e norme sociali (decisioni di qualcun'altro);
  • tendenza a preferire lo status quo (delegare decisioni ad altri);
  • incapacità d'apprendere data dal fatto che feedback utili in decisioni molto azzardate sono rari e potenzialmente critici.


Qui finisce la sintesi. Mi è sembrato corretta riportarla perchè sottolinea come i fattori che sono in gioco durante attività rischiose ricadono inevitabilmente in processi psico-sociali che li rendono difficili da considerare ed anche da giudicare.


1) Mia considerazione. Esistono casi in cui il calcolo vantaggi/svantaggi nel quotidiano si trasferisce nel collettivo e influenza il comportamento individuale, per cui l'aumento del rischio viene considerato accettabile perchè se ne ricava un beneficio. Questo spiega , ad esempio, l'alta quota di morti negli incidenti stradali che una società moderna è disposta ad accettare per la mobilità collettiva.

Privacy Policy