Aspetti sistemici, psicologici e sociali presenti nell'epidemia Covid-19

 

NOTA: Se siete interessati ad alcune riflessioni sulle informazioni epidemiologiche fornite e quelle di natura dietrologica sul Covid-19 potete leggere quest'altro articolo. 

 Aspetti sistemici

Cominciamo con considerare brevemente le coordinate sistemiche in cui la pandemia Covid-19 (dovuta al virus Sars-CoV-2) si muove. Si sente parlare della nascita del virus dovuta a problematiche ecologiche e dell’amplificazione degli effetti a livello globale a causa del sistema economico attuale, collegato anch’esso a fenomeni di globalizzazione. A parte considerazioni d’ordine ideologico che possono considerarsi tesi partigiane, partendo da un’analisi sommaria delle interdipendenze e basandosi liberamente sulle ipotesi di Bateson, dobbiamo mettere in chiaro che ogni sistema chiuso (isolato o bloccato) è necessariamente passivo: tutti i movimenti effettuati sono condizionati dall’esterno, sono delle reazioni. Solamente un sistema aperto può presentare dei movimenti che sembrano non condizionati, cioè azioni reali. Questo ci permette di vedere che il momento che stiamo vivendo è più vicino ad un sistema chiuso che aperto. Quindi siamo costretti a subire e le nostre azioni paiono piuttosto reazioni. All'opposto appena pochi mesi fa, stavamo in una condizione ‘aperta’, cioè dove i nostri comportamenti sembravano non condizionati dall’esterno. Il verbo dubitativo non è usato a caso. Infatti è buona norma riconoscere che un sistema complesso (e la nostra moderna società lo è) impone il riconoscimento del vincolo all’interno di gerarchie di vincoli a cascata dall’alto verso il basso, dove l’andamento verso il basso aumenta la complessità mentre è ‘tipizzato’ (cioè elaborato in modo che certe azioni siano possibili o no) a sua volta dal basso verso l’alto. Questo schema riassume il concetto:

Lo schema come si vede raccoglie tutti gli elementi in gioco, da quelli naturali a quelli concernenti l’attività umana produttiva. Dove i mezzi di produzione, ad esempio, hanno sì complessità maggiore dell’ordine fisico ma subiscono un vincolo dall’ordine ecologico e dall’ordine fisico. Notare che mentre la ‘tipizzazione’ dei primi due elementi è soggetta alle leggi naturali, gli ultimi due dovrebbero adottare comportamenti congrui con i vincoli soprastanti. Nel caso specifico del Covid-19 possiamo vedere come questo schema riassume efficacemente i molti dibattiti critici su certi limiti e sulla necessità di ragionare su uno sviluppo socio-economico diverso in futuro.

Aspetti psicologici

Le risposte psicologiche individuali in una circostanza come il Covid-19 possono rifarsi ai concetti di accomodamento e assimilazione in presenza di uno stress, specie se indotto dall'esterno come nel caso di un'epidemia Se lo stress coinvolge aspetti affettivi (ansia e depressione) si giunge all'incapacità di risolvere i problemi e l'individuo finisce per non poter dominare una situazione. La risoluzione del conflitto mediante accomodamento comporta l'adeguamento dell'organismo rispetto all'ambiente dato mentre l'assimilazione comporta l'opposto cioè l'ambiente viene piegato ai bisogni individuali. Questi meccanismi devono essere inquadrati nel più vasto fenomeno del 'conformismo', ovvero la tendenza dell'individuo ad omologarsi rispetto a comportamenti, opinioni, ecc. e che vedono come intermediario dell'omologazione il gruppo sociale. E' uno dei fenomeni più studiati in psicologia sociale. Qui interessa sottolineare che il Covid-19 induce comportamenti che non sono assimilabili a criteri di uniformità e convenzionalità in precedenza esistenti. Infatti, per la stragrande maggioranza della gente, il Covid-19 risulta un fenomeno del tutto nuovo, con ricadute di isolamento sociale mai viste e che non permettono risposte basate su esperienze precedenti, almeno nel cosiddetto mondo occidentale. A questo punto, di fronte alla novità, gli individui tendono a conformarsi e cioè adeguarsi alle pressioni del gruppo e questo implica conflitto tra le spinte individuali e quelle provenienti dalla società o dal gruppo. I meccanismi di adeguamento sono in genere o di opportunismo o di vero e proprio conformismo. Nel primo caso l'individuo s'adegua esteriormente ma mantiene un disaccordo interiore, nell'altro caso l'adeguamento è pieno, almeno fino a che c'è la pressione del gruppo. Poi c'è l'anticonformismo che si manifesta con l'opposizione esplicita, assumendo atteggiamenti di negazione e dissenso. Per l'anticonformista, il gruppo è proprio visto come un elemento negativo cui tenersi alla larga. Il discorso sul conformismo è lungo, qui si può accennare ancora al fatto che più il gruppo è numeroso più la pressione risulta intensa e la sottomissione conformista dipende molto dalla forza di coercizione esercitata dal gruppo, compresa l'Autorità espressa dal gruppo. Seppure brevi, questi cenni sono sufficienti per far vedere che molte delle nostre risposte a quanto accade con il Covid-19 appartengono quasi tutte all'ambito di questi processi. Probabilmente le risposte date non sono omogenee, a causa della diversa virulenza del Covid-19 nelle zone geografiche ma comunque sono dettate dai medesimi meccanismi. Con questi accenni è facile per ognuno inquadrarsi in una ipotetica scala di conformismo alle pressioni esercitate. In sostanza, senza riferimenti di fronte e specie di fronte ad una esperienza nuova tendiamo molto a conformarci recependo i comportamenti del gruppo secondo meccanismi complessi, in particolare la riprova sociale. Con essa decidiamo cosa è giusto fare in base a come si comportano gli altri. E' inutile sottolineare come la 'riprova sociale', opportunamente manipolata, può diventare una forma di persuasione forzata e non a caso è usata nel campo del marketing compreso il Web. Ad ogni lettore il compito di applicare questi concetti a quello che sta accadendo...

Per le risposte collettive ad eventi particolarmente gravi o comunque portatori di insicurezza, è utile accennare alle cosiddette 'paranoie/nevrosi collettive'. Si può fare riferimento ai lavori di Zoja, uno dei massimi esperti italiani su questo argomento. Per esempio questo articolo dell'inizio marzo 2020 oppure a questo articolo di Leonardo Tondo, altro esperto del fenomeno e che fa riferimento ad un suo recente libro. Pur ancora lontani da sintomi veri di paranoia collettiva, tuttavia non si può escludere che il prolungarsi di certi meccanismi attivati nel nostro vivere quotidiano dalle vicende del Covid-19 (dove il virus è il nemico) possano far nascere sentimenti tipici di questa manifestazione patologica che nella storia ha avuto un certo peso nei comportamenti di massa. Da sottolineare poi che il nemico, individuato in una prima fase nel virus, potrebbe in un secondo momento facilmente allargarsi ad altri soggetti comprese le persone. Curioso poi che alcuni hanno visto proprio nell'affidarsi alle notizie prese dalla rete un meccanismo tipico da nevrosi collettiva. Come in questa relazione di Benedetto Farina. Cose giustissime, in cui s'accenna al pericolo dell'infodemia (eccesso d'informazioni) ma attenti alla data: 20 febbraio 2020. A distanza di qualche mese  c'è però francamente da chiedersi se molti di questi comportamenti imputabili alla massa dei cittadini, non si siano trasferiti anche nei soggetti che stanno gestendo l'epidemia, con affermazioni contrastanti tra sminuimento e allarme. Oppure nell'eccesso di produzione normativa e controlli, carichi di procedure burocratiche che sembrano la versione istituzionale della paranoia collettiva.

Aspetti comunicativi

Molti hanno evidenziato errori nella comunicazione e nella gestione dei mass-media tradizionali durante questo periodo di pandemia. In realtà, la gran parte di queste comunicazioni, dato il contesto del lockdown, andavano verso il delicato argomento delle restrizioni delle libertà personali. Il tutto ha fatto nascere un contrasto tra determinismo (il Covid-19 la causa e il lockdown imposto come effetto inevitabile) e libera volontà, creando un procedimento di 'ingiunzione paradossale' che nella comunicazione  tra esseri umani sono messaggi paradossali atti a produrre un effetto di "o/o", cioè messaggi in cui "come fai sbagli", per dirla con un modo comune (cfr. Watzlawick). Non è difficile riscontrare questa caratteristica in molti messaggi lanciati durante il Covid-19. C'è solo da aggiungere che la caratteristica di questi messaggi è che poiché si sbaglia comunque sia a fare che non a fare, nell’ingiunzione paradossale il soggetto in genere sceglie mediante la modalità del male minore. Questo significa che finchè il male minore sarà il lockdown o le forme di contenimento vario, queste saranno perseguite spontaneamente, nel caso contrario i soggetti cominceranno a derogare e inevitabilmente si dovrà alzare il livello sanzionatorio e repressivo per mantere lo status-quo.
Un altro aspetto interessante della comunicazione durante il Covid-19 è che si rischia la disconferma. Ciò avviene quando un soggetto coinvolto in una comunicazione non riceve nè conferma nè rifiuto ma semplicemente viene ignorato. Parecchie testimonianze di persone che manifestavano i sintomi e che hanno chiesto chiarimenti o ascolto presso le sedi e persone istituzionalmente predisposte a farlo hanno lamentato questo comportamento che, peraltro, è tipico della burocrazia a senso unico dove il soggetto non è in grado in alcun modo di colloquiare con l'apparato che resta semplicemente muto alle richieste. Una condizione che è stata sperimentata spesso da ognuno di noi....

All'importante fattore della dissonanza cognitiva dobbiamo poi certi comportamenti nella vicenda Covid-19. Si manifesta sia presso le persone comuni sia, cosa più grave, tra coloro che ricoprono cariche pubbliche o sono comunque personaggi pubblici. Con la dissonanza cognitiva quando si devono fare i conti con realtà che smentiscono precedenti atteggiamenti e credenze individuali o collettive, non sempre si assiste al cambiamento d'opinione ma ad una reinterpreazione della realtà per adeguarla alle proprie credenze.

Consideriamo adesso l'uso delle mascherine imposto. Usare una 'maschera' è un atto ad alto contenuto simbolico, un archetipo tanto l'uso della stessa è presente con diverse funzioni nelle culture dei popoli. Nel caso specifico le nostre mascherine sembrano essere la versione moderna della 'maschera dello speziale' usata nelle pestilenze fin dal 1300 per i medesimi scopi. La differenza è che, grazie alle conoscenze mediche, nelle epidemie oggi deve essere indossata da tutti e non solo dal personale specialistico, come avviene normalmente. Quindi una maschera ha una sua realtà/funzione propria prima di essere indossata da una persona. La quale, indossandola, nasconde sè stesso e i suoi intenti al prossimo ma nello stesso tempo trasmette un messaggio di omologazione e appartenenza al gruppo di riferimento. Ecco perchè l'indossarla o meno trasmette messaggi diversi: con = omologazione al gruppo, senza = non omologazione (anticonformismo). Se aggiungiamo poi che le diverse mascherine (chirurgiche, ffp1/2 ecc.) hanno funzioni diverse comprendiamo perchè qualcuno, un pò eccessivamente, ha addirittura parlato di mascherine 'altruiste' o mascherine 'egoiste'. Tuttavia il problema più grosso nell'uso delle mascherine generalizzato è che esso vanifica in larga parte quella che gli specialisti chiamano 'comunicazione non verbale'. Le espressioni facciali sono fondamentali per una comunicazione veramente significativa tra persone e tolte quelle restano solo le altre anch'esse appartenenti alla cinesica come la postura del corpo, gesti ecc. Addirittura le neuroscienze ci dicono che le espressioni del volto sono indipendenti dalla nostra volontà. Ne sanno qualcosa i giocatori di poker, infatti. Non è quindi difficile cogliere le conseguenze di un mascheramento di massa.

Infine un cenno al peso dei mass-media, compreso il Web, nella comunicazione/informazione della diffusione del Covid-19. Si può dire che questa pandemia sia la prima che si svolge in un mondo reso quasi completamente globale, in tutti i sensi: da quello economico a quello della interconnessione comunicativa. E gli effetti di rischio di amplificazione sono resi in modo evidente dalla visione di questo filmato dell'Istituto Luce che, ai tempi del 1968-1969, rendeva conto della diffusione in Italia dell'influenza di Hong Kong, la cui stima dei decessi fra la popolazione italiana fu di circa 20.000 morti su milioni di contagiati. Notare che mentre le problematiche sollevate da quell'epidemia influenzale (impreparazione nell'affrontarla, affollamento negli ospedali ecc.)  sono praticamente le stesse, cambia totalmente invece il tono della narrazione. Visto oggi mostra altri tempi, altri mezzi di comunicazione e altro approccio.

Aspetti sociologici e vari

Sotto l'aspetto più sociologico, dobbiamo sottolineare che l'epidemie e quindi il Covid-19 sono da tempo considerate possibili artefici di mutamento sociale in quanto tendono a modificare l'ambiente sistemico al pari dei fattori ecologici e fisici. Inoltre le epidemie possono essere ricondotte alle analisi della sociologia del rischio (Luhmann) come sintetizzato in questo articolo dove, accanto agli effetti dell'errore umano, viene citata la sociologia del rischio insieme ad uno dei più recenti suoi studiosi: Beck.  Da notare che la sociologia del rischio, almeno nell'accezione di Beck, implica un paradosso dove la capacità di calcolo e di controllo da parte degli esperti si rivela invece una modalità di amplificazione dei pericoli e delle incertezze. Infine per Giddens, la valutazione del rischio nelle società attuali si trasforma in una descrizione di 'scenari', dove le cose si complicano perchè non sono affidati alla sola calcolabilità (statistico-matematica) ma dipendono da tutta una serie di fattori cognitivi e sociali (tra cui la capacità di suscitare consenso). Esemplificativo di come il  'rischio' e la sua calcolabilità vengano gestiti oggi per assumere una decisione, si segnala un significativo articolo di Pasquale Lucio Scandizio  (senior economic advisor presso la World bank) sul n. 157/2020 della rivista 'Formiche'. In esso si dimostra come il valore statistico della vita (calcolato in dollari per la vita di una persona media) rapportato alle vite presunte salvate da politiche di lockdown nel caso del Covid-19 supera il valore del danno economico conseguente. Quindi, dal punto di vista del razionale economico, il beneficio atteso del lockdown giustifica le misure adottate.

Come può esser inquadrato a livello antropologico il 'distanziamento' imposto tra le persone (che come molte delle cose dette sul Covid-19 è ballerino andando da 1 metro a circa 2 metri)? Semplice: attraverso la prossemica, cioè lo studio sulle percezioni relative allo spazio sociale interpersonale e alle sue manifestazioni. A partire dalle misure fornite dalla prossemica, possiamo considerare la distanza tra gli individui imposta per il Covid-19 prossima a quella considerata come 'distanza sociale' (da 120 cm fino a 2 metri circa). Curiosa coincidenza: la distanza di sicurezza per eventuali contagi aerei del Sars-Cov-2 è quasi uguale con quella 'sociale', cioè quella che consideriamo ottimale per la comunicazione/interazione tra conoscenti, come ad esempio le discussioni convenzionali (colloqui di lavoro, trattative ecc.). Interessante notare che nella pratica imposta oggi, tale distanza è però correlata ad un senso d'ansia dovuto alla eventuale presenza d'un contagio, pur essendo quella in genere tenuta nelle situazioni formali. Il senso di straniamento avvertito, cioè che le cose siano diverse da prima, è dovuta al fatto che le interazioni umane più frequenti avvengono a 'distanza personale' (45-120 cm) e sono fissate da legami di amicizia o confidenza, quindi in effetti stiamo percependo un arretramento forzato delle nostre abitudini.

 

Molto vicino a considerazioni sociologiche, anche se è un concetto interdisciplinare, è osservare nella vicenda Covid-19 come e se è stato apllicato il cosiddetto principio di precauzione. Tale concetto, nato circa 50 anni fa soprattutto legato ai rischi ambientali, si è poi allargato ad altri campi d'azione ed è addirittura normato istituzionalmente come un principio da adottare in quei casi in cui rischi non permettono una valutazione scientifica esauriente. Come si vede è una chiave interpretativa importante. Leggendo un suo approfondimento, si può notare la distinzione tra ‘principio di precauzione’ ed ‘etica di precauzione’. Infatti l'etica di precauzione, rifacendosi all'euristica della paura, fa della minaccia della catastrofe la fonte di un divieto (secondo la massima "nel dubbio astieniti") e porta ad una proibizione generalizzata delle attività potenzialmente pericolose. Mentre il principio di precauzione, nel dubbio circa le conseguenze dell’agire, fonda una massima di segno opposto, cioè "nel dubbio, agisci". E' un sottile distinguo utile per riflettere sul fatto che finora in realtà in Italia nel caso del Covid-19 si è agito utilizzando più il criterio dell’etica di precauzione e che solo nelle cosidette 'fasi 2 e 3' sembrano ricorrere criteri da 'principio di precauzione'.

In un senso che s'avvicina di più alla politologia e alla filosofia del diritto, questo Covid-19 sembra aver messo in moto negli apparati del Potere un qualcosa che ha attinenza con il cosiddetto stato d’eccezione, termine dovuto al giurista e politologo Carl Schmitt,  figura compromessa con il nazismo ma che rappresenta un pensatore cardine nel suo campo d'indagine. Nei suoi scritti Schmitt riconduce la definizione di sovranità a colui che: “...decide sullo stato di eccezione”. In quest’ottica, la sovranità non è soltanto la summa potestas che si esercita in condizioni normali ma è un potere originario, è il momento nel quale si rivela la vera origine del potere. Rifacendosi alle tesi di Schmitt, il Covid-19 inteso come minaccia esterna e di sopravvivenza per il collettivo, fa diventare evidente dove è la sovranità, cioè chi decide sullo stato di eccezione. In tale sovranità eccezionale si prendono nette posizioni nell'ottica "uno contro l'altro", siano essi soggetti o cose. In altri termini, viene scelto chi o cosa sia amica e chi o cosa sia nemica. In tale scelta, sempre seguendo Schmitt, c'è l'essenza della politica che in un certo senso 'taglia la testa al toro' all'agire. In contrasto con le tesi del positivismo giuridico, dove la politica è definita piuttosto come corollario del concetto di Stato.
Andando più avanti, possiamo addentrarci anche in considerazioni filosofiche-etiche. Ad esempio citando un intellettuale italiano poco conosciuto dal grande pubblico: Giorgio Agamben. Persona aliena dal mainstream dominante, recentemente ha scritto due articol relativi al Coronavirus sulla rivista da lui curata Quodlibet  (primo articolo e secondo articolo). Le posizioni di Agamben pur dure e all’apparenza estremistiche ci riconducono invece ad un concetto già sviluppato da Michel Foucault (in primis nel libro ‘Volontà di sapere’) e cioè quello del biopotere e/o della biopolitica. In sintesi la dimensione biopolitica si traduce, come afferma Foucault, in "una relazione di cura, tutela, crescita, potenziamento della vita". Un'impostazione di questo genere chiama in causa perlomeno l’esistenza di un “campo di tensione” tra una concezione negativa e quella che potremmo chiamare una concezione produttiva o generativa del potere. Cioè il potere di dare la morte e lasciare in vita tipico delle epoche precedenti si è trasformato nelle società moderne nel potere di garantire la vita e lasciare morire. Il concetto di biopolitica è piuttosto complesso come tutto il pensiero di Foucault del resto. Qui interessa che la 'biopolitica' citata da Foucault sia evidente in questa pandemia da Covid-19 e, al di là della dedizione straordinaria fornita dal personale sanitario, permette di comprendere l'origine di una serie di vincoli e prescrizioni che evidenziano alcune caratteristiche sottilmente invasive delle società moderne, ancorchè democraticheUn'interessante disamina sugli aspetti di 'controllo' e 'sorveglianza' sociale connessi alle vicende del Covid-19 si può trovare negli articoli pubblicati da più autori nel numero 158/2020 della Rivista Formiche, intitolata appunto 'il virus della sorveglianza'.

Infine una considerazione, sempre in ambito filosofico, parte dalle notizie giornalistiche sui retroscena dell'approccio al Covid-19 In Italia a partire dalla dichiarazione dello 'stato d'emergenza'. Essi stanno mettendo in mostra che in realtà esistevano piani-antiepidemia già predisposti da alcuni anni e che una simulazione dell'Istituto superiore della sanità in febbraio avvertiva della gravità della situazione, nonostante l''Agenzia della UE per la prevenzione e controllo delle malattie' considerasse bassa la probabilità di diffusione in Europa. Purtroppo tra consapevolezza ed azione nel nostro mondo moderno, pur pieno di previsioni e conoscenze tecno-scientifiche, non sempre c'è sintonia. Non a caso i greci antichi consideravano l'azione (praxis) la massima espressione dell'uomo, a fondamento della vita activa (cfr. Hannah Arendt).