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Il concetto di reificazione nel pensiero di Marx e Lukacs

Il concetto di reificazione (etimologicamente traducibile come 'far diventare oggetto')  non è propriamente marxiano. Merito di Marx è di averne elaborata una variante per applicarla ai fenomeni sociali. Per comprendere meglio è bene allora iniziare dalla definizione generale di reificazione come l'atto di considerare un'astrazione simile ad un oggetto materiale. Come tale, la reificazione appartiene alle procedure esplicative dei fenomeni per cui, di fronte ad un mondo complesso, si cerca di semplificare questo mondo attraverso delle astrazioni, scegliendo alcuni aspetti considerati euristicamente validi. Tali elementi estrapolati possono ridursi ad un tipo ideale o modello concettuale. Il modello, se usato per descrivere il fenomeno al posto del fenomeno stesso, può risultare indipendente dal reale. Come si vede la reificazione in sè è un metodo che serve a ridurre la complessità dei fenomeni, fino a poter sostituire ai fini esplicativi la realtà cui si riferisce. Pertanto l'uso del concetto di reificazione trova applicazione in campi disparati, tra cui la logica (sostanzialmente legata alla fallacia), informatica, psicologia, ecc. 

Marx applica il termine reificazione al processo in cui le relazioni sociali presenti ad un dato momento di sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione vengono sostituiti da una nuova forma indipendente di relazione basata su oggetti. Lo studioso marxista che ha dato una corposa interpretazione al concetto di reificazione in Marx è stato Gyorgy Lukacs nel libro Storia e coscienza di classe, cui dedica un'intero capitolo del volume. Quest'analisi seguirà quindi quanto scritto da questo marxista, dato che la sua ricostruzione marxiana delle reificazione è considerata tra le più corrette. Si parte dall'importanza della merce nel sistema capitalistico, considerata la base strutturale per comprendere appieno come funziona una società capitalista. La struttura della merce è data dalla sua capacità di trasformare un rapporto ed una relazione fra persone in un'oggettualità che, una volta autonoma e razionale, cancella ogni traccia della propria essenza fondamentale di essere prodotta tramite rapporto tra uomini. Ma questa peculiarità della merce di trasformare in oggetti i rapporti umani non è presente anche in altre epoche non capitalistiche? La risposta è: il feticismo delle merci è un problema specifico del capitalismo moderno. Perchè esso si produca,  è necessario che tutta la produzione si sposti dalla creazione di valori d'uso a quello di valori di scambio. In epoche precedenti,  solo la parte eccedente i valori d'uso delle merci divenivano merci di scambio. Con il capitalismo la forma di merce diviene forma effettiva di dominio della società nella sua totalità e, mano a mano che procede, la società capitalistica nasconde sempre più il fatto che le merci non siano solo cose. Il carattere essenziale della merce e non falsificato si riferisce infatti alla più generale categoria universale dell'essere sociale. Perso questo contatto, la merce produce una reificazione dell'essere sociale totale a favore degli oggetti che lo rappresentano. La descrizione di Marx del fenomeno della reificazione va riportata quasi integralmente: "l'arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come in uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti che esiste al di fuori di essi. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente sovrasensibili, cioè cose sociali... quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi" (Das Kapital I volume). Da queste premesse marxiane Lukacs  prende poi le mosse per dimostrare che nella società capitalista attraverso le merci l'uomo si trova ad essere contrapposto al proprio lavoro che diviene un qualcosa di oggettivo e indipendente da cui è dominato mediante leggi autonome che gli sono estranee. Queste leggi autonome portano a conseguenze varie. Come la razionalizzazione del processo lavorativo, dove le peculiarità umane del lavoratore sono considerate mere fonti di errori; la riduzione del processo lavorativo soprattutto alla dimensione tempo, attraverso la subordinazione dell'uomo alla macchina (esemplificato dalla misura ore/uomo usata nei metodi FTE ad esempio) ed infine la subordinazione della qualità alla quantità fino a che questa decide tutto (trasformare ogni fatto e/o cosa in misure quantificabili). Il risultato sarà una società dove le persone si trasformano in spettatori incapaci di influire sulla propria esistenza. Paradossalmente, però, questo dominio universalistico della razionalizzazione meccanica è stato possibile solo quando il lavoratore è divenuto 'libero', cioè vende direttamente sul mercato del lavoro la propria forza-lavoro come merce. Scopo del capitalismo moderno è quello di sostituire integralmente le relazioni razionalmente reificate a quelle originarie dove si possono intravedere ancora senza veli i rapporti umani. Inoltre, più il capitalismo evolve in questa strada di reificazione, più la struttura delle stessa si insinua a fondo nella coscienza degli uomini, fino a divenirne un elemento costitutivo. A tal proposito, è opportuno citare un passo del Capitale di Marx riportato da Lucaks per la sua attualità: il capitale finanziario (produttivo d'interessi) produce in automatico questo feticcio dato che genera valore da valore, denaro da denaro, senza che ci sia più traccia dell'origine e il rapporto sociale è giunto a compiersi come rapporto di una cosa (il denaro) con se stessa. Nella forma D-D' (denaro che produce denaro) abbiamo la forma non concettuale del capitale, la realizzazione in cose del rapporto di produzione alla più alta potenza dove la fonte del profitto non è più riconoscibile ed il risultato del processo capitalistico viene separato dal processo stesso, ricevendone esistenza autonoma. A questo punto Lukacs insiste sul carattere onnicomprensivo della reificazione nel capitalismo moderno, fino a recuperare il pensiero di Max Weber per quanto concerne la trasformazione dello Stato in fabbrica, basata sulle procedure di calcolo. Per far questo prende l'amministrazione della giustizia come esempio di reificazione fuori dai processi economici e invece tipici dello Stato. La giustizia deve essere elargita in modo meccanico, un procedimento perfettamente prevedibile e sostanzialmente automatico dove, inseriti gli atti di un processo, escono sentenze più o meno plausibili. Del resto, la reificazione deve introdursi ovunque: il capitalismo non potrebbe esistere razionalmente se non rendendo razionale l'intera società e tutti i rapporti umani. Quindi la burocrazia moderna procede su questo piano per adeguarsi con la sua razionalità formalistica alla produzione razionale propria del capitalismo moderno. Insomma la reificazione non attiene più ai soli bisogni primari dell'uomo ma passa ad essere presente per l'intera coscienza dell'uomo. Tuttavia questa totale razionalizzazione del mondo trova il proprio limite nel carattere formale della sua razionalità, per cui il sistema manifesta incoerenza e accidentalità, visibile soprattutto nei momenti di crisi. Quindi faceva bene Engels a definire, nonostante tutto, le leggi naturali dell'economia capitalistica come leggi dell'accidentalità. Il sistema produce una discrasia tra la gestione razionale dei fenomeni particolari e una sostanziale irrazionalità del processo complessivo, determinato dalla divisione generale del lavoro che contrappone i produttori fra loro generando incertezza. Che l'intero sistema resista alla razionalità si vede anche dai progressi della scienza dove ogni singola branca diviene sempre più rigorosa quanto più si specializza, considerando ininfluente quello che accade al di fuori del suo campo d'indagine. Da qui l'incapacità, tutta moderna, per la scienza di trattare il carattere sociale della sua materia. Tutto questo fa dire a Lukacs che le crisi del capitalismo diventano incomprensibili agli occhi degli osservatori e le sue origini inafferrabili, soprattutto perchè manca  sempre di più una visione complessiva del tutto a favore della razionalizzazione dei singoli processi. L'esame di Lukacs sui processi di reificazione presenti nel capitalismo moderno termina riferendosi ancora al diritto che smette di trovare le sue fondamenta nel diritto naturale  a favore di quello fattuale dove la coerenza è puramente formale.

 In conclusione, è possibile vedere da questa sintesi come il concetto di reificazione in Marx e il suo recupero da parte di Lukacs abbia una notevole valenza ancora oggi per spiegare alcuni fenomeni che si presentano nelle nostre società, tese a produrre reificazione (a sua volta fase finale dell'alienazione del lavoro e della divisione del lavoro dove gli oggetti dominano i produttori e non viceversa). Non a caso il concetto di reificazione in Marx influenzerà la Scuola di Francoforte e i movimenti della nuova sinistra degli anni '60. Per un'ulteriore approfondimento, con alcune critiche più recenti alle posizione di Lukacs sulla reificazione basate su un saggio di Axel Honneth, cliccare QUI.

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